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Anche quest’anno, ringraziando la santa Trinità, con i catechisti faremo un cammino di fede attraverso la storia dell’arte. Una volta al mese ci ritroveremo in Canonica a San Biagio, sede della catechesi parrocchiale, per crescere nella conoscenza del mistero cristiano attraverso un percorso storico e artistico. In questo cammino saremo aiutati dai contributi di don Antonio Canestri, Direttore dell’Ufficio Beni Culturali della nostra Diocesi. Chiunque volesse intraprendere il ministero di catechista può confrontarsi, liberamente in queste settimane, con uno dei sacerdoti.

Ogni venerdì, dalle ore 10.00 alle ore 12.00, grazie alla presenza di alcuni volontari della nostra comunità cristiana, è possibile tenere aperta la Caritas parrocchiale che raccoglie indumenti da destinare alle persone più povere. Per altre esigenze è bene rivolgersi alla Caritas diocesana oppure ad uno dei volontari. Con rispetto ed educazione facciamo quello che possiamo cercando di venire incontro a tutti. Chiunque volesse diventare volontario della Caritas può rivolgersi al Parroco.

Sono disponibili le nuove guide della Chiesa di San Biagio al prezzo di € 9,00: sono illustrate e a colori, con molte fotografie e soprattutto con un testo rinnovato in base alle ricerche di questi ultimi anni. Chiunque volesse acquistarla, anche per regalarla, può rivolgersi a don Domenico. Anch’essa è frutto della collaborazione con l’agenzia esperta del settore Civita-Opera.

E’ stato presentato nel Teatrino della Canonica il logo per i 500 anni della costruzione della Chiesa di San Biagio (1518-2018); il logo è scaricabile dal sito internet della Parrocchia e si può chiedere in cartaceo a don Domenico. E’ raffigurata la pianta della Chiesa e le date del centenario, oltre al luogo in cui è collocata la Chiesa.

Dallo scorso 19 ottobre Sant’Agnese visita le famiglie della nostra comunità, attraverso un breve momento di preghiera che si svolge dalle ore 21.15 intorno all’icona della santa poliziana. Chiunque volesse ospitare l’immagine (solo di giovedì) può comunicarlo a don Domenico per organizzare il momento di incontro aperto ai parenti e ai vicini di casa. Lasciamoci contagiare dalla santità di Agnese Segni, donna umile e saggia.

E’ stato integralmente ristrutturato l’organo settecentesco della Chiesa di San Biagio dalla ditta Lorenzini di Prato. In questo mese andrà avanti l’accordatura dello strumento per poterlo suonare con molta probabilità in occasione delle festività natalizie. Siamo grati alla Chiesa Cattolica Italiana e all’Associazione Fabbricerie Italiane che hanno permesso il restauro con i loro contributi. Grazie anche alle Opere Ecclesiastiche per aver seguito i lavori

Fino al 31 maggio 2018 è concesso, da Papa Francesco, il Giubileo in occasione del 700° anniversario della nascita al cielo di Sant’Agnese Segni (1317-2017). Chiunque vuole acquisire l’indulgenza plenaria - ossia la remissione totale della pena temporale - può recarsi al Santuario domenicano, partecipare all’Eucaristia, recitare il Credo e pregare secondo le intenzioni del Santo Padre (Ave Maria, Padre Nostro, Gloria al Padre).

Tutti i ragazzi a partire dai 6 anni sono invitati a frequentare il doposcuola nei giorni di lunedì, mercoledì e venerdì in Canonica a San Biagio: è un modo per crescere insieme studiando e giocando dalle ore 15.00 alle ore 18.30 con l’aiuto di valide maestre. La quota giornaliera è di € 9,50. Per maggiori informazioni contattare la responsabile del servizio Clara Messere (334-9212338) o don Domenico.

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La storia
L’attuale duomo, o cattedrale, di Montepulciano fu costruito, con notevole sforzo economico, nel corso di quasi un secolo, dal 1594 al 1680. L’edificio precedente era una chiesa romanica, sede di arcipretura con collegiata, risalente al XIV secolo; occupava all’incirca lo spazio dell’attuale gradinata, o poco più; il campanile, che oggi occupa il lato sinistro, costruito nel XV secolo, era appoggiato all’abside della vecchia chiesa. Nel 1561, per l’impulso determinante del duca di Toscana Cosimo II de Medici, nonché del cardinale Giovanni Ricci, di origini poliziane e con notevole influenza alla Corte Pontificia, Montepulciano fu creata diocesi autonoma, separandola dall’antica diocesi di Arezzo, con l’aggiunta di una parte di quella di Chiusi; e precisamente, la rocca di Valiano col suo territorio.

Apartire da quell’anno si cominciò a pensare ad una nuova chiesa, più ampia e più degna della diocesi appena fondata. Nella stessa bolla di fondazione si accenna discretamente a tale necessità: «Il vescovo – suggerisce il documento – se ce n’è bisogno, adatti la sua struttura (della precedente chiesa) in forma di cattedrale». Ma il vescovo Spinello Benci, benché di nobile famiglia poliziana, si trovava in difficoltà economiche, come attesta il cardinal Ricci in una lettera al duca Cosimo II. Solo nel 1583-84, afferma l’architetto Alessandro Piccardi, il vescovo cominciò a pensare concretamente alla nuova chiesa, iniziando con l’abbattere la vecchia sacrestia e la libreria, per far posto ai pilastri del nuovo edificio. Ma dopo alterne vicende ed inutili spese, soltanto nel 1594, su progetto definitivo di Ippolito Scalza, di Orvieto – scartato quello inadeguato dell’Ammannati – si dette l’avvio al nuovo duomo. Il progetto era stato debitamente approvato dal granduca Ferdinando I; ma il vescovo, ritenendosi esautorato e preoccupato della spesa a suo parere eccessiva, rifiutò il suo assenso ed anche il contributo economico annuale di cento scudi, a cui si era impegnato. Qualche anno dopo, nel 1596, partì per la Francia, in compagnia del suo amico, cardinale Alessandro Medici, inviato là come legato pontificio. In quello stesso anno, il 10 agosto, morì a Parigi e lì fu sepolto.


Sotto il nuovo vescovo, Sinolfo Benci, i lavori proseguirono piuttosto stancamente, soprattutto per le persistenti difficoltà economiche. Un deciso impulso alla costruzione fu dato dal motu proprio, promulgato nel 1612 dalla granduchessa Cristina di Lorena, rimasta vedova e signora di Montepulciano. Con tale documento confermò Guido Nobili, che si era dato da fare fra l’altro per contattare l’architetto Scalza, alla guida della Fabbrica del duomo, affiancandogli però «un camarlingo e un provveditore» e stabilendo in modo più tassativo le contribuzioni a carico della Comunità e delle varie istituzioni, sia laiche che religiose. Suggerì fra l’altro che si vendessero le cappelle in costruzione alle varie famiglie che ne facessero richiesta, dietro congrua offerta. Fra gli offerenti illustri ci furono due membri di due diversi rami della famiglia Bellarmini, che «comprarono» la prima e la seconda cappella di sinistra; lo stesso cardinal Bellarmino impegnò per la decorazione della prima delle due cappelle, comperata da suo fratello Tommaso, almeno seicento scudi, come attesta in una sua lettera del 1616. Così, il 28 agosto del 1616, ci informa un’importante iscrizione murata al di sopra della porta sinistra della cattedrale, la parte già costruita della nuova chiesa – attuale navata sinistra – chiusa con muri da arco ad arco sul lato destro, fu inaugurata solennemente come cattedrale provvisoria dal vescovo di Pienza, essendo il vescovo di Montepulciano, Roberto Ubaldini, assente dall’Italia.

Ma per il completamento della cattedrale e del nuovo palazzo vescovile, che sorge nel retro, dovevano passare molti anni ancora. Il merito della conclusione dei lavori spetta ad Antonio Cervini, vescovo dal 1663 al 1706; l’inaugurazione del duomo ormai completato avvenne nel 1680, ad opera del Cervini stesso. Negli anni successivi, forse nel 1696, come fa supporre la lapide del palazzo, il vescovo poté finalmente abitare nel nuovo edificio; abbiamo notizia che i vescovi precedenti, se non erano poliziani, abitavano in palazzi d’affitto. I vescovi poliziani, invece, come i Benci e i Cervini, abitavano sicuramente nei loro rispettivi palazzi, ancora esistenti a Montepulciano. Nella nuova chiesa furono ricollocate, in periodi diversi, buona parte delle opere d’arte provenienti dalle vecchia pieve; come chiariremo meglio più avanti.

Il monumento a Bartolomeo Aragazzi, umanista e diplomatico pontificio
La più importante opera d’arte del duomo è sicuramente il monumento funebre all’umanista e diplomatico pontificio Bartolomeo Aragazzi, che fu smembrato ai primi del Seicento, quando si dovette abbattere la vecchia chiesa; e non fu più ricomposto. È opera dell’architetto e scultore fiorentino Michelozzo Michelozzi (1396-1472), autore anche della facciata del vicino palazzo comunale. Il monumento, commissionato allo scultore dallo stesso Bartolomeo, fu completato solo nel 1438, a circa dieci anni dalla morte di lui. L’opera d’arte proviene dall’antica pieve ed era collocata a destra dell’altar maggiore, impedendo una dignitosa celebrazione della Messa; questo almeno era il parere del vescovo Angelo Peruzzi, inviato come visitatore apostolico della diocesi, nel 1583. Ne parla ampiamente Ilaria Iarrapino, nel suo accurato studio sul monumento, riproducente in parte la sua tesi di laurea. Demolita la pieve, il monumento fu collocato, nei suoi elementi più importanti, sul lato destro della navata sinistra della nuova chiesa, che servì per molti anni da cattedrale. Attualmente le parti del monumento che restano sono: 1) La statua giacente di Bartolomeo, sul muro a sinistra della porta principale; vi fu collocata nel 1815, come dice l’iscrizione latina sovrastante, ripresa in parte dall’epigrafe in bronzo facente parte del monumento; 2) due bassorilievi, uno sul pilastro di fronte alla statua, l’altro nell’altro pilastro di destra; 3) due grandi statue, in marmo, collocate oggi ai lati dell’altar maggiore e rappresentanti due angeli portacandelabro (quello di destra è S. Michele); 4) un grande altorilievo, murato sul pilastro a destra dell’altar maggiore; secondo i più recenti studi è un Cristo benedicente, collocato in origine al centro del monumento, al di sopra della statua dell’Aragazzi; sul petto ci sono tracce di colore rosso, forse ad indicare la ferita del costato; sul gradino più alto dell’altar maggiore c’è inoltre 5) un fregio, con putti e festoni di foglie e frutta, collocate in origine alla base del monumento. Facevano parte del complesso scultoreo anche 6) due angeli in bassorilievo, a mezzo busto, collocati in origine ai lati del Cristo benedicente; oggi sono nel museo “Victoria and Albert”, di Londra, venduti abusivamente, sembra, alla fine dell’Ottocento. L’opera è di importanza eccezionale perché rivestì un ruolo fondamentale per lo sviluppo dei sepolcri rinascimentali fiorentini.

Cappella della Madonna di San Martino

La VI cappella è dedicata alla Madonna di S. Martino, pittura parietale qui trasportata nel 1617, mentre si costruiva la prima navata della cattedrale. Riportiamo parte di un’iscrizione latina, esistente sulla parete sinistra: «Per i meriti di un prodigio / qui dalla rustica sede la pietà poliziana / trasferì la sacra immagine / nell’anno dell’era cristiana 1617». La data del prodigio viene fissata da A. Parigi a «circa il 1580». Il racconto in sintesi è questo: «All’oriente estivo di Montepulciano, lungo la via detta oggidì della querce, fu già sul muro di un rustico cancello una maestà ossia tabernacolo in cui eravi dipinta a fresco una immagine di nostra Donna col bambino Gesù in atto di abbracciare il Battista».
Il racconto prosegue affermando che il cancello immetteva in alcuni terreni appartenenti all’ospedale di S. Martino, cosicché anche la Madonna era detta di “S. Martino”. Davanti a questa immagine giocava a pallamaglio, con alcuni compagni, un certo Vincenzo del Mincio; poiché perdeva al gioco si arrabbiò tanto da colpire col maglio la Vergine alla fronte, procurandole un livido visibile anche oggi; il giocatore, secondo il popolare racconto, fu colpito da «morbo apoplettico». Trattano del fatto anche le due iscrizioni sui due lati dell’altare della cappella: una parla – come abbiamo accennato sopra – della traslazione dell’affresco, l’altra commenta in modo quasi minaccioso l’episodio.
Altre due iscrizioni si trovano ai due lati dell’altare della settecentesca chiesa di S. Martino, sulla strada che conduce a Cervognano, affiancate da bassorilievi in stucco che illustrano il racconto; una di esse spiega il prodigio non come punizione della Vergine offesa, ma piuttosto come mezzo per indurre il peccatore al pentimento; ne traduciamo dal latino una parte: «Cosicché lui, vedendo l’oscurità nel volto di Lei / rigettando le opere delle tenebre / ritornasse figlio della luce». Comunque sia, la fede popolare interpretò il fatto come miracoloso e l’immagine cominciò ad essere intensamente venerata. Allora il Comune chiese ed ottenne dal vescovo l’autorizzazione a trasportare la sacra immagine nella sesta cappella del duomo; un bell’altare in marmo, su disegno dello Scalza, fu rapidamente costruito, per onorare degnamente la Santa Vergine.
A giudizio della Martini l’opera era finita entro i primi quarant’anni del Seicento. Alla base delle colonne ci sono lo scudo bianco-rosso e il grifo, del comune di Montepulciano, insieme alla sigla dell’Opera. La venerata immagine era affrescata sul muro in mattoni e pietra del portale di cui si è detto sopra – il portale è oggi richiuso ma sono ancora visibili sul retro i cardini del cancello, proprio all’ingresso dei moderni Licei poliziani – ed era difficile trasportarla; tanto è vero che le immagini dei due bambini si scrostarono e furono ridipinti dopo la ricollocazione in cattedrale. La cosa è stata notata durante il recente restauro, che ho potuto seguire personalmente, avendo anche contribuito alla spesa.
L’affresco è di buon livello artistico e viene attribuito a qualche artista senese dei primi del Cinquecento, vicino al Beccafumi. Ai due lati della Madonna vi sono, nelle nicchie, le statue in gesso dei santi Francesco e Bernardo di Chiaravalle, devotissimi della Vergine. Nella finestra soprastante è stata collocata, nel 4° centenario di fondazione della diocesi, (1961), una vetrata rappresentante S. Agnese poliziana; ne è autore il senese Fiorenzo Ioni.

L'altare maggiore del Duomo
L’altare maggiore in marmo, come lo vediamo oggi, fu fatto costruire dal vescovo Emilio Giorgi nel 1945, al posto del precedente altare, in finto marmo e risalente al Seicento. Il trittico vi era già stato collocato nel 1888, trasferendolo qui dalla controfacciata della cattedrale.
Riproduciamo, tradotta dal latino, l’epigrafe che fece porre il Giorgi sul retro dell’altare: «Questo altare marmoreo / a Dio Ottimo Massimo / in onore della B.M. Vergine assunta in cielo / costruito con denaro offerto / Emilio Giorgi vescovo poliziano / il 12 agosto 1945 / consacrò». Ai due lati dell’altare ci sono due statue di marmo, rappresentanti  due angeli, parti del Monumento Aragazzi e di cui abbiamo scritto in precedenza; nel gradino più alto è stato inoltre inserito il fregio marmoreo, di cui pure abbiamo parlato. Ultimamente è stato collocato, sul pilastro a sinistra dell’altare, un bel crocifisso rinascimentale proveniente dalla chiesa di S. Agostino; sul pilastro di destra è murato un piccolo tabernacolo in marmo risalente al XIV secolo: rappresenta in modo schematico la facciata di una chiesa gotica.

Il trittico di Taddeo di Bartolo

La cosa più imponente e di maggior richiamo del duomo è sicuramente il trittico, del senese Taddeo di Bartolo, datata 1401: è la più grande pittura su tavola di tutta la scuola senese. Il trittico è suddiviso in tre parti e coronato da tre tavole cuspidali. In basso c’è una doppia predella, con raffigurazioni della vita di Cristo e, al di sopra, dodici piccole formelle che illustrano episodi del Vecchio Testamento, scelte sicuramente con riferimento alla vita della Madonna. Nei quattro pilastri divisori sono raffigurati i quattro evangelisti ed altri scrittori e dottori della Chiesa.
Per comprendere bene la grande tavola nel suo insieme dobbiamo necessariamente far ricorso ad alcuni scrittori apocrifi, in questo caso le «apocalissi», a cui non di rado gli artisti medievali si ispiravano per comporre le loro opere. Al centro in basso vediamo il sepolcro vuoto di Maria, con intorno gli apostoli che guardano. Al di sopra c’è Maria che sale al cielo e l’apostolo Tommaso, con le braccia alzate, nell’atto di prendere il cingolo, o cintura che la Vergine lascia cadere per lui. Ma chi ci parla di questa cintura, del sepolcro vuoto e della stessa Assunzione? Ricorriamo, come abbiamo detto, agli apocrifi. Ce ne sono una ventina che trattano l’argomento; noi abbiamo utilizzato la variante latina A, del VI secolo d.C. Dice il testo, tradotto in italiano: «Tre giorni prima che (la Vergine Maria) morisse andò da lei l’angelo del Signore e la salutò dicendo: – Salve, Maria, piena di grazia; il Signore è con te… Prendi questa palma che ti manda il Signore… Di qui a tre giorni avrà luogo la tua assunzione». Ecco perché l’angelo, dipinto sulla cuspide sinistra, offre alla Vergine che è nella cuspide destra, la palma; non è la solita Annunciazione, ma l’annuncio della sua morte e la palma è un segno di vittoria e un premio.
Anche la parte centrale del trittico, con la Madonna che sale al cielo, lasciando cadere il suo cingolo, è spiegata dal suddetto apocrifo: «A sua volta il beato Tommaso… riferì… come la parola di Dio lo avesse trasportato sul monte degli Ulivi dove vide salire al cielo il santissimo corpo della beata Maria e le chiese di dargli una benedizione; e come ella avesse esaudito la sua applica e gli avesse gettato il cordone che la cingeva; e fece vedere il cordone a tutti (gli apostoli)». Questo racconto dettagliato chiarisce bene il significato del trittico, altrimenti incomprensibile. Si può aggiungere che un famoso cingolo è custodito in una teca d’argento, nel duomo di Prato; secondo la tradizione, sarebbe quello lasciato dalla Madonna a S. Tommaso e che fu trasportato più di mille anni dopo a Prato, da un mercante di ritorno dall’oriente.
C’è poi una tavola al centro fra le due cuspidi laterali, che raffigura l’Incoronazione della Vergine. Questa pia tradizione di rappresentare la Vergine è molto antica; infatti «agli inizi dell’arte cristiana, in particolare a partire da Ravenna nel V-VI secolo, con i mosaici della Basilica di Sant’Apollinare nuovo troviamo l’effigie di Maria raffigurata già come regina».

La sacrestia e il tesoro della Cattedrale
Nella sacrestia sono collocati, al di sopra degli armadi costruiti nel 1888 dall’artigiano poliziano Elia Ascani, alcuni ritratti di Santi e beati poliziani, fra cui uno notevole di S. Roberto Bellarmino; ad essi si ispirano anche le moderne vetrate della cattedrale. Nella volta c’è una grande tela di S. Agnese che tiene nella mano destra simboli che la identificano e nella sinistra la riproduzione della città di Montepulciano; risale probabilmente alla fine del Seicento, periodo in cui finirono i lavori della cattedrale e del palazzo vescovile.
Nell’attigua sala del Capitolo sono appesi i ritratti di tutti i vescovi poliziani, dal 1561 fino ad oggi, insieme ad altri ritratti di poliziani illustri, fra cui il poeta Agnolo Ambrogini, detto “Il Poliziano” (1452-1492). Nel tesoro, insieme al raffinato busto in argento di S. Antilia, esistono vari altri oggetti di notevole valore artistico, fra cui due candelieri di argento dorato e cristallo di rocca, probabilmente donati alla cattedrale dal cardinale Roberto Ubaldini, vescovo di Montepulciano, al ritorno dalla sua legazione in Francia, nel 1617.
Particolarmente interessante è un reliquiario di rame dorato, del XIV secolo, costituito da 24 finestrelle con anta chiusa da cerniere, montate su un alto piede, anch’esso in rame dorato. Su ogni antina è incisa la testa del santo, di cui all’interno si custodisce la reliquia. È un oggetto molto raffinato e che merita ulteriori studi, specialmente per interpretare compiutamente le iscrizioni che vi sono incise.

Dal Messaggio di Papa Francesco per la GMG 2015
Forse alcuni di voi si domandano: che cos’è questo Anno giubilare celebrato nella Chiesa? Il testo biblico di Levitico 25 ci aiuta a capire che cosa significava un “giubileo” per il popolo d’Israele: ogni cinquant’anni gli ebrei sentivano risuonare la tromba (jobel) che li convocava (jobil) a celebrare un anno santo, come tempo di riconciliazione (jobal) per tutti. In questo periodo si doveva recuperare una buona relazione con Dio, con il prossimo e con il creato, basata sulla gratuità. Perciò, tra le altre cose, si promuoveva il condono dei debiti, un particolare aiuto per chi era caduto in miseria, il miglioramento delle relazioni tra le persone e la liberazione degli schiavi. Gesù Cristo è venuto ad annunciare e realizzare il tempo perenne della grazia del Signore, portando ai poveri il lieto annuncio, la liberazione ai prigionieri, la vista ai ciechi e la libertà agli oppressi (cfr Lc 4,18-19). In Lui, specialmente nel suo Mistero Pasquale, il senso più profondo del giubileo trova pieno compimento. Quando in nome di Cristo la Chiesa convoca un giubileo, siamo tutti invitati a vivere uno straordinario tempo di grazia. La Chiesa stessa è chiamata ad offrire in abbondanza segni della presenza e della vicinanza di Dio, a risvegliare nei cuori la capacità di guardare all’essenziale. In particolare, questo Anno Santo della Misericordia «è il tempo per la Chiesa di ritrovare il senso della missione che il Signore le ha affidato il giorno di Pasqua: essere strumento della misericordia del Padre» (Omelia nei Primi Vespri della Domenica della Divina Misericordia, 11 aprile 2015).

Dall'omelia del Papa per l'apertura del Sinodo sulla famiglia
la Chiesa è chiamata a vivere la sua missione nella carità che non punta il dito per giudicare gli altri, ma –  fedele alla sua natura di  madre – si sente in dovere di cercare e curare le coppie ferite con l’olio dell’accoglienza e della misericordia; di essere “ospedale da campo”, con le porte aperte ad accogliere chiunque bussa chiedendo aiuto e sostegno; di più, di uscire dal proprio recinto verso gli altri con amore vero, per camminare con l’umanità ferita, per includerla e condurla alla sorgente di salvezza.
Una Chiesa che insegna e difende i valori fondamentali, senza dimenticare che «il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato» (Mc 2,27); e che Gesù ha detto anche: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mc 2,17). Una Chiesa che educa all’amore autentico, capace di togliere dalla solitudine, senza dimenticare la sua missione di buon samaritano dell’umanità ferita.
Ricordo san Giovanni Paolo II quando diceva: «L’errore e il male devono essere sempre condannati e combattuti; ma l’uomo che cade o che sbaglia deve essere compreso e amato […] Noi dobbiamo amare il nostro tempo e aiutare l’uomo del nostro tempo» (Discorso all’Azione Cattolica Italiana, 30 dicembre 1978: Insegnamenti I [1978], 450). E la Chiesa deve cercarlo, accoglierlo e accompagnarlo, perché una Chiesa con le porte chiuse tradisce sé stessa e la sua missione, e invece di essere un ponte diventa una barriera: «Infatti, colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine; per questo non si vergogna di chiamarli fratelli» (Eb 2,11).

Chiesa e Comunicazione
È in rete all’indirizzo www.chiesaecomunicazione.com una “biblioteca digitale online” dedicata ai documenti sulla comunicazione proposti dal Magistero Pontificio. Un sito che ora mette a disposizione brani scelti da oltre 1.100 documenti in traduzione multilingue, dal primo al ventunesimo secolo; un “navigatore” che guida ad esplorarne le fonti disponibili in rete; una piattaforma per la lettura e per lo studio personale; un ambiente aperto alla collaborazione. L’accesso al sito è gratuito e i destinatari sono le persone interessate al tema, ma soprattutto quanti lavorano in centri di studio e di formazione della Chiesa e non dispongono di una grande biblioteca. Il progetto che è stato presentato mercoledì 30 settembre in sala stampa vaticana, è promosso dal Pontificio Consiglio della comunicazioni sociali, ed è stato curato da Franco Lever e Paolo Sparaci, docenti della Facoltà di scienze della comunicazione sociale dell’Università Pontificia Salesiana. Questo progetto fa riferimento alla persona e all’opera di padre Enrico Baragli, gesuita, un pioniere nella Chiesa italiana dello studio degli “strumenti della comunicazione sociale”.
Nel presentare l’iniziativa, monsignor Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle comunicazioni sociali, ha sottolineato come i materiali presenti nell’archivio digitale “sono estremamente significativi poiché mostrano come la Chiesa, lungo tutta la sua storia, ha cercato di confrontarsi con i cambiamenti dei mezzi e delle forme di comunicazione che hanno plasmato la cultura e la società umana. Questa raccolta ci permette di apprezzare come i modi e i mezzi della Chiesa per esprimere il suo messaggio si sono trasformati nel corso degli anni, tenendo conto dei cambiamenti e degli sviluppi nelle forme e nelle tecnologie della comunicazione di massa”. Da una cultura prevalentemente orale ad una in cui la parola scritta ha prevalso, fino ai media digitali e alle reti sociali. “Quello che emerge - ha aggiunto Celli - è uno sforzo costante da parte della Chiesa per garantire che la buona notizia del Vangelo sia fatta conoscere ai suoi contemporanei, in modi culturalmente appropriati e che realizzano pienamente le potenzialità dei nuovi modelli di comunicazione e delle tecnologie in via di sviluppo”. “Chiesa e Comunicazione” - assicurano i suoi curatori -rimarrà comunque un progetto work in progress con la prospettiva di far crescere l’archivio, ampliandolo con i contributi delle Conferenze episcopali e dei documenti della Chiesa ortodossa e delle Chiese evangeliche.

Omelia nella XXVII Domenica del Tempo Ordinario
In questo stesso momento – in Vaticano, sotto la presidenza del Vescovo di Roma Papa Francesco – si apre il tanto atteso Sinodo dei Vescovi. Un appuntamento al quale prenderanno parte, per tre settimane di intenso lavoro, circa 300 padri sinodali tra Vescovi, esperti e semplici uditori. Siamo in comunione con la Chiesa di Roma – con quella assise sinodale – soprattutto oggi, nel giorno in cui la liturgia festiva è tutta incentrata sulla famiglia e sul matrimonio. Cosa è la famiglia? Scrive il documento preparato per questa occasione che essa è «il pilastro fondamentale e irrinunciabile del vivere sociale». Il pilastro, cioè la base della società! Senza di essa la società – il vivere sociale – va in frantumi e si disgrega. Oggi la nostra preghiera si innalza al cielo per tutte le famiglie del mondo e – in maniera particolare – per le nostre famiglie di Montepulciano, sempre più duramente provate dal virus inarrestabile della separazione e della discordia. Ma se la società – ci dice il documento della Santa Sede – si fonda sulla famiglia, la famiglia su cosa si fonda? Le letture stamani ci danno due risposte: sul sacrificio e sulla semplicità.


Disponibile il sussidio preparato dagli uffici della CEI sul tempo forte di Pasqua che stiamo vivendo come comunità cristiana che celebra il Cristo incarnato in unione col Papa


Cliccando sull'immagine scarica gli orientamenti pastorali per il decennio 2010-2020 della Chiesa italiana che fanno da guida al cammino delle Diocesi


Cliccando sull'immagine scarica pure il saluto del nostro Parroco per tutti i visitatori che si "affacciano" virtualmente sulla nostra Parrocchia di Montepulciano


Cliccando qui potete scaricare l'elenco dei membri di diritto e quelli scelti dal Parroco, nonchè lo Statuto del Consiglio pastorale parrocchiale (2015-2019) approvato dal Vescovo